Storia
settembre 15, 2026

La Cina definisce gli appelli a una pausa sull’IA una campagna basata sulla paura mentre la corsa accelera

Pechino sostiene che gli appelli, dettati dall’allarmismo, a rallentare l’IA avvelenerebbero la governance internazionale, anche mentre costruisce i propri controlli di sicurezza e prosegue senza sosta. I sostenitori statunitensi della sicurezza ritengono necessaria la moderazione, mentre i loro critici—e la Casa Bianca—temono che essa cederebbe alla Cina un vantaggio strategico.

La disputa si è intensificata nel fine settimana, quando un gruppo di importanti leader tecnologici statunitensi—tra cui Dario Amodei di Anthropic, Sam Altman di OpenAI ed Elon Musk—ha sollecitato un rallentamento coordinato dello sviluppo dell’IA all’avanguardia. La loro argomentazione non era semplicemente contraria al progresso: Amodei ha avvertito che rifiutarsi di sviluppare l’IA potrebbe impedire di realizzarne i benefici o metterla nelle mani di regimi autoritari, mentre svilupparla troppo rapidamente sarebbe sconsiderato.

La risposta della Cina si è articolata su due fronti. Domenica, il ministro della Sicurezza di Stato Chen Yixin ha definito l’IA un’arena principale della competizione tecnologica e della rivalità strategica, esortando a costruire più rapidamente un sistema per prevenire e controllare i rischi per la sicurezza dell’IA. La posizione di Pechino, in altre parole, non è che l’IA non abbia bisogno di regole; è che le salvaguardie dovrebbero accompagnare lo sviluppo continuo anziché arrestarlo.

Lunedì, il portavoce del Ministero degli Esteri Guo Jiakun ha liquidato la spinta dei dirigenti statunitensi come una controproducente campagna basata sulla paura. «Allarmismo, confronto, competizione non faranno che interrompere [il] processo di governance globale dell’IA», ha affermato. Il rimprovero complica la prospettiva di qualsiasi patto volontario tra Stati Uniti e Cina per rallentare i modelli di frontiera, anche mentre la Cina sostiene pubblicamente una più ampia collaborazione sull’IA con i Paesi in via di sviluppo.

Dall’altra parte del Pacifico, la tesi contraria a una pausa è alimentata dalla stessa ansia geopolitica. Amodei ha affermato che il ritmo degli Stati Uniti sarebbe vincolato da quanto le aziende americane restano avanti rispetto alla Cina; un ritardo più lungo, ha sostenuto, potrebbe consentire a progetti legati al PCC di superarle e creare un rischio per la sicurezza nazionale. Helen Toner del Center for Security and Emerging Technology di Georgetown ha collocato i migliori modelli cinesi approssimativamente tra sei e nove mesi dietro la frontiera statunitense—abbastanza vicini, ha detto, perché un rallentamento americano possa avere importanza, sebbene la Cina possa anche seguire rapidamente, almeno in parte, i progressi degli Stati Uniti.

Il presidente Donald Trump ha respinto l’appello dei CEO durante il suo viaggio in Irlanda: «Chi vince nell’IA, vince». David Sacks ha amplificato l’attacco politico online, deridendo come «un mondo di fantasia» la convinzione che la Cina accetterebbe un accordo internazionale. Il risultato è una divisione sempre più ampia: Pechino definisce destabilizzante la retorica del rallentamento, mentre il dibattito a Washington riguarda sempre più se la sicurezza stessa possa sopravvivere a una corsa agli armamenti.