Storia
settembre 26, 2026

Un caffè freddo potrebbe davvero costarti il lavoro?

Quella che sembra una piccola questione di galateo ai colloqui ha messo in luce una divisione più ampia: alcuni vedono un caffè freddo come una distrazione evitabile in un processo di selezione competitivo, mentre altri considerano il giudicarlo la prova che i datori di lavoro privilegiano l’apparenza rispetto alle capacità.

La disputa è iniziata con un post su TikTok del 16 settembre di una recruiter aziendale, che avvertiva che bere caffè freddo durante un colloquio di lavoro può sembrare «un po’ troppo informale» e potenzialmente danneggiare le prospettive di un candidato. Il video ha ottenuto più di 465.000 visualizzazioni e ha rapidamente trasformato un bicchiere da asporto in un referendum sugli standard del posto di lavoro.

I commentatori si sono divisi secondo linee ormai familiari. Un gruppo ha sostenuto che una bevanda non dice nulla sull’etica lavorativa, l’intelligenza o l’esperienza di un candidato. L’altro ha insistito sul fatto che il problema non fosse il caffè in sé, ma la professionalità — e la capacità di capire l’ambiente.

Per Phoebe Gavin, coach di carriera e leadership con sede a Washington, questa impostazione inverte le priorità. Ha definito il dibattito una prova di «tutto ciò che non va nelle assunzioni in questo momento», sostenendo che i datori di lavoro detengono un potere sproporzionato in un mercato difficile. Con il 27% dei disoccupati alla ricerca da più di sei mesi, ha detto, essere rifiutati perché «avevi sete» non è semplicemente meschino; è esasperante.

L’esperta di carriera di LinkedIn Catherine Fisher vede un ulteriore livello: uno scontro generazionale. I lavoratori della Gen Z sono più propensi a portare la propria personalità sul posto di lavoro e a mettere in discussione le regole che considerano arbitrarie, ha detto. I responsabili delle assunzioni più anziani potrebbero interpretare lo stesso comportamento attraverso stereotipi sui lavoratori più giovani, ritenendoli pigri o poco adatti alla cultura aziendale.

Eppure anche i critici di quel giudizio invitano al pragmatismo. La recruiter Jamie Close ha detto che un ottimo candidato non dovrebbe essere definito da un caffè freddo, ma ha consigliato di lasciarlo in auto per evitare versamenti, rumore e distrazioni. Fisher ha analogamente definito «piuttosto ridicolo» che il caffè possa influire su un’offerta, pur avvertendo che chi cerca lavoro in un mercato ristretto non dovrebbe dare agli intervistatori un facile motivo per concentrarsi su altro anziché sulle sue competenze.

La risposta di Gavin è più netta: un’azienda che scarta qualcuno per una bevanda potrebbe rivelare la propria cultura. I colloqui, ha osservato Fisher, funzionano in entrambe le direzioni — e i candidati dovrebbero decidere se il luogo di lavoro per cui stanno dando prova di sé è uno a cui desiderano davvero unirsi.