Storia
ottobre 6, 2026
Meloni cerca uno scudo di marchio per la propria voce mentre si diffondono i deepfake
La domanda di Meloni presenta una voce politica familiare come un bene giuridico da difendere, mentre la richiesta europea ancora irrisolta evidenzia quanto lentamente le tutele esistenti si stiano adattando a imitazioni tramite IA in rapido miglioramento.
La frase più riconoscibile di Giorgia Meloni è nata come una dichiarazione d’identità. Ora la presidente del Consiglio italiana vuole che funga da barriera legale contro l’intelligenza artificiale.
La frase risale a un comizio politico del 2019, in cui Meloni disse: «Sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana». In seguito è diventata il titolo della sua autobiografia del 2021 e la base per una canzone disco, trasformando un momento della campagna elettorale in una parte duratura della sua immagine pubblica.1
Il 5 ottobre, Meloni ha presentato all’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale una domanda per registrare come marchio una registrazione di quattro secondi in cui dice: «Io sono Giorgia Meloni» — «Sono Giorgia Meloni». La domanda copre ambiti tra cui contenuti multimediali scaricabili, attività culturali e organizzazione di eventi politici, ma resta in esame; nessuna protezione del marchio è in vigore a meno che l’EUIPO non la approvi.1
Il suo caso è mosso da una preoccupazione più pressante del branding. L’IA generativa può ora produrre versioni sempre più convincenti della voce e dell’immagine di una persona, sfumando il confine tra materiale autentico e manipolazione. Meloni ha già avviato una causa civile pendente contro un uomo accusato di aver creato e diffuso immagini deepfake inappropriate usando la sua immagine.1
«Posso difendermi, ma molti altri non possono», ha detto Meloni in risposta a quelle immagini, avvertendo che i deepfake possono «ingannare, manipolare e danneggiare chiunque».1 Le autorità italiane hanno affrontato il problema anche oltre la presidente del Consiglio: nel 2025, truffatori hanno usato un’imitazione tramite IA della voce del ministro della Difesa Guido Crosetto per prendere di mira facoltosi imprenditori.1
Meloni non è la sola a mettere alla prova i limiti della tutela dell’identità. Artisti tra cui Taylor Swift hanno cercato protezioni di marchio che riguardano voce e immagine, mentre controversie e avvertimenti che coinvolgono Scarlett Johansson, Tom Hanks e materiale di celebrità generato dall’IA hanno messo in luce la stessa vulnerabilità.2 La sua domanda europea trasforma quell’ansia più ampia in un esperimento concreto: se una voce possa essere protetta prima che un falso la usi contro il suo proprietario.