Storia
4 nov 2026
Gli editori accusano Brave di essere diventato la porta sul retro dell'IA verso le notizie a pagamento
Gli editori descrivono Brave come un'azienda che trae profitto da un giornalismo che non ha né concesso in licenza né pagato, mentre la controversia mette anche in luce una battaglia più ampia sul fatto che i servizi di IA possano trattare il web aperto — e i suoi servizi giornalistici dietro paywall — come una catena di approvvigionamento gratuita.
Lo scontro si è intensificato lunedì, quando il The New York Times ha citato in giudizio Brave Software presso un tribunale federale di Manhattan. Il giornale ha sostenuto che la società di browser orientata alla privacy abbia estratto i suoi servizi giornalistici protetti da copyright e li abbia distribuiti a clienti dell'IA, tra cui Anthropic, Perplexity, Mistral, xAI e Cohere. Il Times ha descritto Brave come un «fornitore, commerciante e distributore di contenuti protetti da copyright rubati» per le aziende di IA.1
Una causa separata, presentata lo stesso giorno dal New York Daily News, dal Chicago Tribune e dall'Orlando Sentinel, ha avanzato la stessa tesi di base: Brave avrebbe costruito valore commerciale a partire da un indice web senza il permesso degli editori, offrendo poi alle aziende di IA accesso a pagamento e in tempo reale al materiale contenuto in quell'indice. Gli editori affermano che non è stato chiesto loro alcun consenso né è stato corrisposto alcun compenso.2
Le cause vanno oltre l'addestramento dell'IA. Prendono di mira lo strumento facoltativo di Brave per bloccare i paywall, che secondo gli attori consente agli utenti di accedere ad articoli riservati agli abbonati, privando al contempo le redazioni degli introiti da abbonamenti e pubblicità. Il Times sostiene inoltre che Brave blocchi gli annunci degli editori e li sostituisca con i propri, definendo questo sistema un doppio colpo all'economia che finanzia il giornalismo.3
Il Times chiede un'ingiunzione, danni e la restituzione dei profitti che afferma Brave abbia ottenuto copiando e rivendendo il lavoro degli editori. La sua richiesta è ampia: fermare il presunto scraping, bloccare l'elusione dei paywall e porre fine al presunto canale che collega l'indice di Brave alle società di IA.3
Brave non ha risposto immediatamente alle richieste di commento citate nei resoconti. Perplexity, che non è convenuta in queste cause contro Brave ma sta affrontando una propria causa del Times, ha respinto la versione del giornale definendola «disinformazione», senza identificare errori specifici nella denuncia contro Brave.3
Lo scontro legale è quindi più grande di una sola funzione del browser. Gli editori sostengono che la fame dell'IA di informazioni aggiornate non possa essere soddisfatta trasformando le notizie in una merce senza licenza; le aziende coinvolte nella controversia più ampia affrontano in tribunale una verifica sempre più diretta di questa tesi.